L’orribile app valuta-persone di Black Mirror è ormai una realtà. Più o meno…

Tecnologia

Questo articolo è tratto da Wired Uk ed è stato pubblicato il 10/11/2016 (articolo originale di JAMES TEMPERTON: Black Mirror’s horrific people-rating app is now a reality. Sort of)

La traduzione dall’inglese è stata curata da Michele Ferri. 

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Netflix ha rilasciato l’app Rate Me per promuovere la terza stagione di Black Mirror di Charlie Brooker

Sei un 4.8 o 4.2? Rate Me, l’orribile ma del tutto credibile app sulla popolarità  presente in Black Mirror, è ora realtà. Più o meno..

La scherzosa app è stata rilasciata da Netflix per promuovere la terza stagione della serie di Charlie Brooker ambientata in uno spaventoso  futuro non molto lontano.  Ha una configurazione molto  semplice: fai clic su Get Your Rating, digita il tuo nick di Twitter e inizia a chiederti perché sei solo un 3.4.

È inoltre possibile valutare gli altri, distribuendo due stelle a colleghi rompiscatole e cinque stelle per i  post elaborati alla perfezione dei social media sui tramonti e cocktail. Non è chiaro quali siano le basi  sulle quali l’app calcola il tuo voto (ma forse è proprio questo il punto).

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Ma non è una novità. Nel mese di ottobre 2015, Peeple – un’app descritta come “Yelp per gli esseri umani” – è stato rilasciato e poi rapidamente eliminato dalla circolazione a seguito di un vero e proprio linciaggio on-line. L’applicazione ha sollevato timori tra pubblico, preoccupato dalla grande serie di umiliazioni pubbliche che l’app avrebbe scatenato.

Se non avete visto la terza stagione di Black Mirror, non leggete oltre per evitare spoiler.

L’applicazione si basa sul primo episodio della nuova serie di Black Mirror, nel quale Bryce Dallas Howard interpreta Lacie Pound. In un mondo dove tutti si votano  a vicenda in scala da 0 a 5 per quasi ogni interazione e post sui social media, l’episodio si concentra sull’ossessione di Pound di ottenere un punteggio di 4,5 o superiore in modo che possa trasferirsi  in un esclusivo appartamento nuovo.

Ovviamente, secondo lo stile di Black Mirror, l’ossessione di Pound per migliorare il  suo voto la conduce a una rapida caduta verso la follia. Il punto più basso viene toccato durante il matrimonio della sua migliore amica, che ha un voto più alto di lei. Pound minaccia lo sposo con un coltello prima che la polizia la arresti e la allontani dalla chiesa.

Ma c’è comunque un lieto fine. Pound, imprigionata, è in realtà libera da un mondo di voti e stelline e trova  una nuova felicità scambiandosi insulti con un prigioniero che si trova nella cella di fronte, senza timore di essere votata o classificata per questo.

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Michele Ferri, nato a Barga il 21 Dicembre 1996. Cintura nera di Karate, è uno studente del secondo anno alla SSML dove studia inglese, spagnolo e russo. Oltre alla grande passione per le lingue, con le quali spera un giorno di lavorare, ama la musica hard rock e i fumetti. Nel 2013 ha partecipato ad un periodo di stage linguistico della durata di 3 mesi presso l’ Ardingly College nel West Sussex.

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Perché gli adulti non dovrebbero vergognarsi di leggere letteratura Young Adult?

Cultura

Questo articolo è tratto da Culturamas ed è stato pubblicato il 20/11/2016 (articolo originale di Alejandro Gamero: ¿Por qué los adultos no deberían avergonzarse de leer literatura Young Adults?)

La traduzione è stata curata da: Irene Martini, Elison Orsetti, Andrea Pernice, Erika Pullella Lucano, Edoardo Raglianti, Filippo Turchi, Margarita Vecchi. 

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La storia della letteratura giovanile è legata al modo in cui si è vissuta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. Non si potrebbe parlare di una senza menzionare anche l’altra. A tutto questo insieme di termini e di concetti bisognerebbe aggiungere lo Young Adult, che non è così recente come si potrebbe pensare; il termine venne infatti utilizzato per la prima volta nel 1802 dalla scrittrice Sarah Trinner, per distinguere tra il pubblico dai 12 ai 21 anni e quello tipico della letteratura per l’infanzia, di meno di 12 anni. Oggi si fa uso di questo stesso termine per indicare la fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, dimostrando com’è cambiata la percezione delle tappe della vita.

Sarebbe più facile affermare che la letteratura YA viene letta da questa fascia di persone, anche se così semplificheremmo troppo la questione. È evidente che non si tratta più di una letteratura per l’infanzia e a volte non rientra nemmeno in quella per ragazzi. Si mette da parte l’ingenuità dei personaggi e i temi sono più incentrati sul mondo degli adulti, spesso tramite il confronto, come può essere la sessualità, la depressione, l’identità, il suicidio, l’abuso di droghe, le relazioni familiari o amorose, giusto per menzionarne alcuni. A parte questo, i sottogeneri sono gli stessi della letteratura adulta: romantico, horror, fantascienza, fantasy, avventura, etc.

Il concetto in sé non è facile da delimitare, ma non ci sono dubbi sul fatto che negli ultimi anni si sia trasformato in uno dei più grandi fenomeni editoriali, nonché uno di quelli che coinvolgono più lettori. Nel 2012 è stato realizzato uno studio che ha messo in evidenza quanto sfuggente possa essere l’argomento se proviamo a delimitarlo secondo parametri di età. Il 55% di questo tipo di libri viene acquistato da persone con più di 18 anni, mentre il maggior numero di compratori, il 28%, si registra nell’età dai 30 ai 44 anni. Non è necessario modificare il concetto di YA, ma bisogna riconoscere che a una gran parte di adulti piace questo genere di libri. Un fatto che non dovrebbe meravigliarci se teniamo conto che il lancio del primo libro di Harry Potter è avvenuto nel 1997, vent’anni fa. Citiamo questo romanzo perché possiamo affermare che nei primi dieci anni del 2000 ha prodotto un vero e proprio baby boom di lettori. Molti giovani hanno iniziato ad amare la letteratura con i libri di J. K. Rowling, giovani che hanno continuato a leggere libri simili e che se hanno inziato a leggere a 15 anni oggi potrebbero averne più di 30.

Esiste tuttavia un enorme pregiudizio verso la letteratura YA e verso gli adulti che la leggono. Sono molti i lettori, e generalmente anche famosi, ad aver contribuito ad alimentare questo pregiudizio esponendo le proprie opinioni tramite i Media. Uno di questi è il Critico Harold Bloom. Dato che abbiamo menzionato Harry Potter, è giusto dire che nel luglio del 2000, dopo la pubblicazione di Harry Potter e il calice di fuoco, Bloom scrisse un articolo pungente sul Wall Street Journal scagliandosi contro le avventure del giovane mago, temendo che il libro potesse diventare un classico della letteratura, nonostante la sua mancanza di qualità letteraria, dominata da cliché e metafore ormai morte. Nel 2012 la situazione non migliora molto. In un offensivo articolo pubblicato su Slate, Ruth Graham, sosteneva che gli adulti che leggono YA dovrebbero vergognarsi. Affermava letteralmente, con tono da paternale: «leggete ciò che volete; dovreste però vergognarvi se quello che state leggendo è stato scritto per i bambini». L’autrice si accanisce particolarmente contro Colpa delle stelle ed Eleanor & Park, per una volta nella vita. Una critica che può effettivamente portare qualche adulto a vergognarsi di leggere YA.

Il discorso della Graham mira, in sintesi, a generalizzare tutti i romanzi YA, ascrivendoli a un unico modello: narrazione semplice, personaggi poco caratterizzati, scarsa ambiguità, lettura poco impegantiva. Tutto molto lontano dalla complessità morale o strutturale dei romanzi per adulti, a cui dovrebbe tendere un lettore, quando cresce. Un’opinione, purtroppo, più che diffusa. Come identificare tutte le letture YA in Twilight, che è come prendere tutti i romanzi di un genere e affibbiargli tutte le caratteristiche del peggiore.

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Mark Twain

Come afferma Brian Hoey in Books Tell you why, la storia ha dimostrato che questa visione della letteratura YA è, oltre che eccessivamente semplificatrice, falsa. Se guardiamo indietro nella storia dello YA, non ne troviamo alle origini Twilight, nè Hunger Games e nemmeno Harry Potter. Uno dei precursori di questi sottogenerei è niente meno che Oliver Twist di Charles Dickens, e perché no, potremmo aggiungere Grandi speranze. Anche se la letteratura YA si deve soprattutto a Mark Twain. Se esistono libri la cui complessità picologica e ambiguità morale provengono da Dostoevskj, giusto per nominare un autore famoso, molti romanzi YA derivano proprio da Mark Twain. Perché i primi dovrebbero essere migliori di secondi? O meglio, perché dovrebbero essere più prestigiosi?

Se continuiamo a navigare nella preistoria dello YA, nel XIX secolo, possiamo citare libri come Alice nel paese delle meraviglie, L’isola del tesoro, o Il libro della giungla. E se arriviamo al XX secolo, in cui possiamo notare un significativo cambiamento nel genere, non possiamo non  menzionare Lo Hobbit di Tolkien, e alcuni potrebbero anche aggiungere Il signore degli anelli, e a partire dagli anni 50 Il giovane Holden di Salinger e Il signore delle mosche di William Golding.
Basta dare un’occhiata alla lista dei 100 migliori romanzi YA di tutti i tempi, elaborata dalla rivista TIME, per capire quanto è ingiusto screditare in un colpo solo un intero genere, e di conseguenza i suoi lettori.

È per colpa di chi generalizza che si corre il rischio di escludere un sacco di opere letterarie di indiscussa qualità. Ed è per questo che qualsiasi lettore, adulto o no, dovrebbe avvicinarsi alla letteratura, che sia o no YA, libero il più possibile da pregiudizi. Ma soprattutto, se è un adulto, un lettore non dovrebbe mai vergognarsi di leggere YA.

La storia non lo assolverà

Politica

Tra i tanti mali, Fidel Castro era affetto da una fatale e assoluta arroganza

 

Questo articolo è tratto da Cubanet ed è stato pubblicato il 26/11/2016 (articolo originale di Carlos Alberto Montaner: La historia no lo absolverá)

La traduzione è stata curata da: Maria Vittorina Carnicelli, Katy Cedeño Medina, Asya Celandroni, Alessandra Gioioso, Alessia Igini, Sara Marchi, Diletta Parenti, Filippo Parziale e Eugenio Planu.

MIAMI, Stati Uniti.- Fidel Castro è morto. Quale epitaffio di 10 parole dovrebbe essere inciso sulla sua lapide? “Qui giacciono i resti di un instancabile rivoluzionario-internazionalista nato a Cuba”. Mi rifiuto di ripetere i dettagli risaputi della sua biografia. Potete leggerli ovunque. Ritengo più interessante rispondere a quattro domande fondamentali.

Quali tratti psicologici hanno dato forma e significato alla sua vita, motivando la sua condotta di conquistador rivoluzionario, incrocio caraibico tra Napoleone e Lenin?

Era intelligente, più stratega che teorico. Un uomo più d’azione che di pensiero. Voleva porre fine al colonialismo e alle democrazie, sostituendoli con dittature staliniste. È stato perseverante. Volenteroso. Audace. Ben informato. Di buona memoria. Intollerante. Inflessibile. Messianico. Paranoico. Violento. Manipolatore. Competitivo al punto di trasformare lo scontro con gli Stati Uniti nel suo leitmotiv. Narcisismo, e quindi esibizionismo, totale mancanza di empatia, aspetti paranoici, mendacità, grandiosità, incontenibile loquacità, incapacità di ammettere i propri errori o accettare sconfitte, il tutto unito a una necessità patologica di essere ammirato, temuto o rispettato, espressioni di obbedienza trasformate nel mezzo di sussistenza del suo insaziabile ego. Era affetto, inoltre, da una fatale e assoluta arroganza. Sapeva tutto di tutto. Prescriveva e proscriveva a suo piacimento. Sosteneva le più deliranti iniziative, dalla diffusione di mucche nane domestiche alla semina travolgente della Moringa, l’albero miracoloso. Era un cubano straordinariamente intraprendente. L’unico concesso in tutto il paese.

In quale mondo si è formato Castro?

Rivoluzione e violenza allo stato puro. Fidel è cresciuto in un universo turbolento, scosso dall’internazionalismo, che non prendeva in considerazione né le istituzioni né la legge. La sua infanzia (n. 1926) ha avuto come sfondo la repressione, i bombardamenti e la caduta del dittatore cubano Gerardo Machado (1993). Poco dopo, è arrivata l’eco della Guerra Civile spagnola (1936-1939), episodio che ha turbato il popolo cubano, specialmente chi come lui era figlio di un galiziano. La sua adolescenza, che ha passato rinchiuso in un collegio gesuita diretto da sacerdoti spagnoli, si è svolta parallelamente alla Seconda Guerra Mondiale (1940-1945). Il giovane Fidel, buon atleta e studente modello, seguiva speranzoso le vittorie tedesche su una cartina europea. Nel periodo universitario (1945-1950) ha partecipato in prima persona alle lotte armate dei pistoleri dell’Avana. È stato un giovane gangster. Ha ferito a colpi di pistola alcuni compagni di classe cogliendoli alla sprovvista. Forse ne ha pure ucciso qualcuno. Partecipava a frustranti avventure belliche internazionaliste. Si è arruolato in una spedizione (Cayo Confites, 1947) con il fine di distruggere il dominicano Trujillo. Era il periodo dell’avventurosa “Legión del Caribe” (“Legione dei Caraibi”). Durante il Bogotazo (1948), in Colombia, ha tentato di insorgere in un commissariato di polizia. I cubani non erano consapevoli che il loro fosse un paese piccolo e sottosviluppato. Come “Chiave delle Indie” e base spagnola del Nuovo Mondo, i cubani non conoscevano i propri limiti. Questo retaggio sarebbe stato indelebile per il resto della vita di Castro. Sarebbe stato, per sempre, un impetuoso cospiratore disposto a cambiare il mondo a colpi di pistola. Non a caso, al raggiungimento della maggiore età ha cambiato il proprio secondo nome, Hipólito, in Alejandro.

In cosa credeva?

Fidel ha assicurato di essere diventato marxista-leninista all’Università. Probabilmente. Proprio il periodo e il luogo di questi riti di passaggio. Il marxismo-leninismo è un’assurdità perfetta per spiegare tutto. È la medicina naturale che spiega le sue ideologie. Fidel ha frequentato un corso base. Per lui era sufficiente. È rimasto molto colpito dal piccolo libro di Lenin “Che fare?”, e anche dagli scritti di Benito Mussolini e José Antonio Primo de Rivera. Non ci sono grandi contraddizioni tra fascismo e comunismo. Per questo Stalin e Hitler, arrivato il momento, tenendosi per mano, hanno pianificato l’invasione della Polonia. I comunisti cubani, come tutti, erano contro gli Americani ed erano convinti che i problemi del Paese derivassero dal regime di proprietà e dallo sfruttamento imperialista, con l’ausilio dei servitori locali. Fidel ne era convinto. Le sue figure ideologiche erano altri giovani comunisti: Flavio Bravo e Alfredo Guevara. Fidel non ha militato pubblicamente nel piccolo Partito Socialista Popolare (comunista), ma suo fratello Raúl, la sua appendice obbediente, sì. È rimasto quindi immobile fino all’assalto alla caserma Moncada (1953). Fidel si è schierato con il Partito Ortodosso, una formazione socialdemocratica, che aveva reali possibilità di salire al potere, diventando un candidato come membro del Congresso. Nel 1952, Batista ha sferrato un colpo di stato e Fidel si è reinventato per sempre con barba e uniforme verde oliva innalzato su una montagna. Era la sua opportunità. Era nato il Comandante. Il leader massimo. Si è tolto il suo costume solo quando lo ha sostituito con una stravagante tuta sportiva dell’Adidas.

Qual è il bilancio della sua amministrazione?

Un disastro. Aveva promesso libertà ai cubani, li ha traditi calcando il modello del governo sovietico. Ha finito per rovinare uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, decimando e frammentando la classe imprenditoriale, così da distruggere l’apparato produttivo. Tre generazioni di cubani non hanno conosciuto altri governanti in più di cinquant’anni di terrore e partito unico. Ha esteso l’educazione pubblica e ha migliorato la sanità, ma questo dato lo incrimina ulteriormente. Conferma il fallimento di un sistema composto da gente istruita e in salute incapace di produrre, affamata e demoralizzata per non poter vivere nemmeno come classe media, spingendola a fuggire sulle zattere. Ha fucilato migliaia di avversari. Ha tenuto in carcere per molti anni decine di migliaia di prigionieri politici. Ha perseguitato e tormentato gli omosessuali, i seguaci di jazz e rock, i giovani dai capelli lunghi, chiunque ascoltasse radio straniere o leggesse libri proibiti. Ha imposto la figura del maschio selvaggio e campestre come stereotipo rivoluzionario. Il 20% della società ha finito per essere esiliata. Ha creato una società corale dedicata alle lodi del Capo e del suo regime. Per questa sua morbosa mania di protagonismo, migliaia di soldati cubani sono morti in guerre e guerriglie straniere mirate alla creazione di “paradisi stalinisti” o alla distruzione della democrazia come quella dell’Uruguay, del Venezuela, o del Perù negli anni ’60. Era privo di scrupoli politici. Si è alleato con la Corea del Nord e la teocrazia iraniana. Ha appoggiato l’invasione sovietica in Cecoslovacchia. Ha difeso la fazione contro Perón nelle sedi internazionali. Ha dedicato il 90% del suo tempo a giocare alla rivoluzione planetaria. Lascia un paese molto più devastato di quello che lo ha accolto come un eroe. La storia lo condannerà. È solo questione di tempo.

Il Censimento della Popolazione in Perù comprenderà l’identificazione etnica

Politica

Questo articolo è tratto da El Político ed è stato pubblicato il 23/11/2016 (articolo originale:  Censo poblacional en Perú incluirá identificación étnica).

La traduzione è stata curata da: Agnese Cavassa, Ada Cavasino, Giulia Cerù, Marialisa Congiu, Federica di Ioia, Alessia di Scipio, Carlo Fantilli, Margherita Gagliardi, Talita Mantovani, Antonio Pantaleo, Giulia Parisani, Edoardo Pieraccini, Martina Pieretti, Irene Quattrone. 


 

Nei giorni scorsi il Ministero della Cultura ha annunciato che il Censimento della Popolazione e delle Abitazioni del 2017 in Perù comprenderà per la prima volta una domanda di “identificazione etnica”, che permetterà di capire se i cittadini del paese si considerano appartenenti a un gruppo indigeno o afro-peruviano.

Il viceministro dell’Intercultura, Alfredo Luna, ha affermato che grazie a questa domanda il censimento sarà uno strumento per avviare politiche di gestione pubblica partendo da un approccio interculturale al fine di prendere in considerazione la situazione specifica dei cittadini indigeni e afro-peruviani.

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Viceministro dell’Intercultura, Alfredo Luna

Luna ha affermato che l’informazione sull’etnia permetterà allo stato di fornire servizi sanitari pubblici adeguati e sviluppare programmi sociali adatti agli usi e costumi delle popolazioni indigene di ogni zona, nelle loro lingue d’origine e secondo le loro abitudini.

Aníbal Sánchez, presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica e Informatica (INEI), ha annunciato i progressi nello sviluppo del prossimo censimento e le sfide d’inclusione che la domanda di identificazione comporterà allo stato.

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Presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica e Informatica (INEI), Aníbal Sánchez

Ha aggiunto che l’obiettivo principale dei censimenti è quello di ottenere informazioni che permettano di realizzare piani e programmi per lo sviluppo economico e sociale del paese.

Gladis Vila, rappresentante dell’Organizzazione Nazionale delle Donne indigene andine e amazzoniche (ONAMIAP) e Oswaldo Bilbao, del Centro di Sviluppo etnico (CEDET), hanno evidenziato quanto sia importante per lo Stato conoscere la situazione specifica della popolazione indigena e afro-peruviana.

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Gladis Vila

Il Ministero della Cultura ha sottolineato che la visibilità statistica “è una richiesta sistematica e storica delle popolazioni indigene e afro-peruviane, che nasce dall’esigenza di valorizzare e riconoscere questi gruppi etnici”.

Ha aggiunto che in questo modo lo Stato cerca di ottenere “informazioni disaggregate per l’elaborazione di politiche pubbliche differenziate rivolte a queste popolazioni”.

Il Ministero della Cultura ha ribadito la sua responsabilità nella diffusione del multiculturalismo come principio fondamentale per promuovere e garantire i diritti e lo sviluppo integrale dei gruppi culturalmente diversi del paese.

In questo senso, ha precisato che, in collaborazione con l’INEI e le organizzazioni indigene e afro-peruviane, lavora alla formulazione della domanda di “identificazione etnica”,  e si occupa di informare la popolazione sull’importanza di tale quesito nel prossimo censimento.

 

La traduzione umana nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Novità

 

Prendiamo in prestito il titolo di una famosa opera di Walter Benjamin trasportandola al nostro mondo, che non differisce del tutto dall’opera d’arte di cui parla il suo libro.

La traduzione è una materia più o meno giovane e nessuno ha ancora ben capito come si insegna e come si impara.

Sappiamo tuttavia che più prende piede la traduzione automatica più diventa importante la figura umana, l’essere pensante che mette le parole al loro posto con l’aiuto di innumerevoli strumenti e di alcuni ingredienti che nessun traduttore automatico può avere: sensibilità, esperienza, professionalità.

Questo blog nasce dall’esigenza di concedere uno spazio agli studenti di traduzione, perché per arrivare a possedere i tre ingredienti appena menzionati bisogna pur cominciare da qualche parte.

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Gli articoli che leggerete su questo blog sono tratti da giornali, riviste e altri blog presenti sul web in lingua straniera. Le traduzioni sono frutto del lavoro individuale, di gruppo e di classe degli studenti della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Pisa, coordinati dalla docente di Mediazione scritta passiva Agata Sapienza. Si parte con la lingua spagnola con la certezza di crescere e abbracciare sempre più mondi.

Del resto noi la pensiamo proprio come George Steiner: senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio.